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Il Bagatto, Il Diavolo e La Luna dei Tarocchi di Marsiglia, le tre carte che Jung ha commentato

Tarocchi e psicologia

Jung e i tarocchi: che cosa ha detto davvero, e che cosa gli si fa dire

Carl Gustav Jung ha parlato dei tarocchi una manciata di volte in trent’anni: una lettera nel 1930, un seminario nel 1933, un paragrafo delle Opere complete (9/1, § 81), un programma di ricerca abbandonato verso il 1954, una lettera nel 1960. Mai un libro, mai un capitolo. Non ha ideato nessun mazzo, e nulla indica che abbia letto le carte a un paziente.

Ciò che ha detto sta in poche frasi, prudenti e precise: «immagini psicologiche» imparentate alla lontana con gli archetipi della trasformazione, e un «metodo intuitivo» paragonabile all’I Ching. Questo articolo raccoglie quelle frasi, le traduce, le colloca nel loro contesto, poi passa al vaglio ciò che libri, corsi e mazzi «junghiani» gli fanno dire da allora.

Pubblicato il 8 ottobre 2026 · aggiornato il 8 ottobre 2026 · Stéphane Gamot

In breve

01

Quante volte Jung ha parlato dei tarocchi?

Sette volte, per quanto ne sappiamo, e mai a lungo: due lettere (1930, 1960), due seminari (1933, 1936-1940), un paragrafo pubblicato (Opere 9/1, § 81), una nota del saggio sulla sincronicità (1952) e un programma di ricerca dell’Istituto Jung (1950-1954), noto grazie a testimoni. La tabella qui sotto le ordina per data e per peso.

Questo conteggio si basa sulle Opere complete, sui due volumi delle Letters (Princeton, 1973 e 1975), sui seminari pubblicati da Princeton e sulla rassegna compilata nel 2008 dalla storica dei tarocchi Mary K. Greer, che ha potuto consultare gli appunti manoscritti del gruppo del 1950. Può mancare un’osservazione di passaggio in un seminario inedito; non manca nessun testo importante.

Le sette tracce, per data

Le sette menzioni dei tarocchi da parte di Jung, con fonte, contenuto e peso da attribuire a ciascuna
DataFonteChe cosa dicePeso
16 set. 1930Lettera alla signora Eckstein (Letters, vol. 1, p. 77)«Conosce» i tarocchi e li dice di origine gitana, «le più antiche carte storicamente note»Debole: una lettera, e un errore di storia
1º marzo 1933Seminario Visions (a cura di Claire Douglas, Princeton, 1997, vol. 2, p. 923)Una digressione orale: «simboli con cui si gioca», un «metodo intuitivo» analogo all’I Ching, il Diavolo ermafroditoMedio: appunti presi dagli uditori, non riveduti da Jung
1934, riveduto nel 1954«Gli archetipi dell’inconscio collettivo», Opere 9/1, § 81 (in italiano in Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri)Una frase: le immagini dei tarocchi «sembrano discendere, alla lontana, dagli archetipi della trasformazione»Forte: testo scritto, pubblicato e riveduto da Jung
1936-1940Seminario sui sogni dei bambini (ed. Princeton, 2008, p. 351)Un’osservazione sul blu, «colore della luna, dell’argento e dell’anima» nell’alchimia e nei tarocchiDebole: appunti di seminario, menzione incidentale
1950-1954Gruppo di studio dell’Istituto C. G. Jung, riferito da Deirdre Bair (2003, p. 549) e dagli appunti di Hanni BinderJung fa studiare i tarocchi per imparare a leggerli; il gruppo sceglie il Marsiglia di Grimaud, poi si scioglieMedio: testimonianze e appunti di terzi
1952Sincronicità, Opere 8 (ed. separata Princeton, p. 107, nota 2)Una nota segnala che alcuni ricercatori dell’Istituto studiano «i metodi intuitivi»: I Ching, geomanzia, tarocchi, numerologia, astrologiaForte, ma esile: una nota a piè di pagina
9 feb. 1960Lettera ad A. D. Cornell (Letters, vol. 2, p. 538)Bilancio dell’esperimento dell’Istituto: «troppo pochi collaboratori e troppo pochi mezzi», si è dovuto smettereForte: Jung parla in prima persona, sedici mesi prima di morire

Due assenze pesano quanto queste presenze. I tarocchi non compaiono né in Psicologia e alchimia (1944), né in Mysterium coniunctionis (1955-1956), i due grandi libri in cui Jung studia serie di immagini simboliche. Nei venti volumi delle Opere complete abbiamo trovato soltanto una frase e una nota.

Questo silenzio non è un giudizio: Jung ha dedicato centinaia di pagine all’I Ching, all’astrologia e all’alchimia, e ha trovato i tarocchi abbastanza interessanti da farli studiare. Ma è la proporzione da tenere a mente prima di leggere «secondo Jung» nella presentazione di un mazzo.

02

1930: «Sì, conosco i tarocchi» (e un errore di storia)

Il 16 settembre 1930 Jung risponde a una corrispondente, la signora Eckstein, che lo interroga sui tarocchi. Dice di conoscerli e li descrive come «il mazzo di carte usato in origine dai gitani spagnoli, le più antiche carte storicamente note». Due affermazioni, due errori: è la leggenda dell’Ottocento, non la storia.

Lettera dattiloscritta del 1930 su una scrivania, busta affrancata, penna stilografica e carta dei tarocchi coperta
Illustrazione. Il 16 settembre 1930 Jung risponde per lettera a una domanda sui tarocchi: «conosce» il mazzo, ma attraverso i libri degli occultisti.

Le carte da gioco sono attestate in Europa fin dagli anni Settanta del Trecento; i tarocchi nascono nelle corti dell’Italia settentrionale verso il 1440; i gitani non hanno nulla a che fare con la loro nascita. Jung riprende, senza verificarla, una genealogia forgiata dagli occultisti francesi, da Court de Gébelin (1781) a Papus (1889), per i quali i tarocchi venivano dall’Egitto e avevano viaggiato con i «Bohémiens».

La lettera dice soprattutto una cosa: nel 1930 Jung conosce i tarocchi attraverso i libri degli occultisti, non attraverso gli storici né la pratica. È utile per leggere il seguito. Ogni volta che parlerà delle carte, lo farà con quel vocabolario, e con quella biblioteca.

03

1933: «simboli con cui si gioca»

Il 1º marzo 1933, durante il seminario sulle visioni di Christiana Morgan, Jung si sofferma sui tarocchi perché vi cerca una figura ermafrodita. Ciò che dice allora, in inglese, davanti ai suoi uditori, è la descrizione più completa che abbia mai dato delle carte. Una pagina, non di più.

Aula di seminario vuota degli anni Trenta: lavagna con una figura a due teste, sole e luna, e la carta de Il Diavolo
Illustrazione. Nel seminario del 1º marzo 1933 Jung cerca l’ermafrodito degli alchimisti e lo trova ne Il Diavolo dei tarocchi.

«Sono immagini psicologiche, simboli con cui si gioca, come l’inconscio sembra giocare con i propri contenuti», dice (traduzione nostra dalle edizioni Princeton, come per tutte le citazioni di questo articolo). Le ventuno carte figurate portano secondo lui «una sorta di idee archetipiche, di natura differenziata», mescolate ai costituenti ordinari del flusso dell’inconscio.

Da qui l’uso che riconosce loro: i tarocchi «si prestano a un metodo intuitivo che ha lo scopo di comprendere il flusso della vita, eventualmente persino di predire eventi futuri, in ogni caso di leggere le condizioni del momento presente». E aggiunge l’analogia che avrà fortuna: «in questo sono analoghi all’I Ching».

Leggi la frase per intero. Jung non esclude la predizione, ma la relega al rango di ipotesi («eventualmente») e tiene l’essenziale: una lettura dello stato presente. Spiega questa lettura con una «corrispondenza» tra la situazione del momento e lo stato dell’inconscio collettivo, diciannove anni prima di dare a quest’idea il nome di sincronicità.

Poi torna a ciò che cercava: «nei tarocchi c’è una figura ermafrodita chiamata il diavolo». Per lui l’androgino del Diavolo raffigura l’unione degli opposti, che «in alchimia sarebbe l’oro», e osserva che una simile unione appare diabolica alla mentalità cristiana. In un mazzo dei Tarocchi di Marsiglia, Il Diavolo ha in effetti seni e attributi maschili: Jung descrive una carta che ha sotto gli occhi.

Due dettagli ricordano che non è uno storico dei tarocchi. Afferma che queste carte sono «l’origine del nostro mazzo da gioco», mentre è il contrario, e conta ventuno trionfi invece di ventidue, perché Il Matto non è numerato. L’interesse della pagina non è lì. È nel verbo giocare.

Perché «giocare» è la parola importante

Jung non dice che le carte contengono un sapere, né che rivelano l’avvenire. Dice che ci si gioca, come l’inconscio gioca con i propri contenuti: combinazioni, accostamenti, figure che si rispondono. È una definizione della lettura come esercizio di immaginazione, non come oracolo.

04

1934-1954: l’unica frase pubblicata (Opere 9/1, § 81)

L’unica frase sui tarocchi che Jung abbia scritto, pubblicato e riveduto si trova in «Gli archetipi dell’inconscio collettivo», conferenza di Eranos del 1934 riveduta nel 1954: «Sembra anche che la serie di immagini delle carte dei tarocchi discenda, alla lontana, dagli archetipi della trasformazione». È il paragrafo 81 dell’edizione di riferimento.

Libro antico aperto con i numeri dei paragrafi a margine, occhiali rotondi e una carta dei tarocchi come segnalibro
Illustrazione. Le Opere sono numerate per paragrafo: «9/1, § 81» si verifica in qualunque edizione.

Il contesto conta. Jung ha appena scritto che, per farsi un’idea del processo simbolico, le serie di immagini dell’alchimia sono buoni esempi. I tarocchi arrivano come paragone: un’altra serie di immagini, un altro processo fatto di immagini, che mostra secondo lui la stessa struttura del testo dell’I Ching, un ritmo di enantiodromia in cui ogni stato si rovescia nel suo contrario.

Conta le cautele: «sembra», «alla lontana», e un avallo esterno, «una conferenza molto illuminante del professor Bernoulli». Rudolf Bernoulli, professore zurighese e conferenziere del circolo di Eranos, è colui al quale Jung attribuisce l’idea, più che rivendicarla. Siamo lontani da «per Jung i 22 arcani sono gli archetipi».

La sfumatura non è un vezzo. Per Jung un archetipo è una forma vuota, una disposizione ereditata a produrre certe immagini; le immagini stesse, disegnate, datate, colorate, sono immagini archetipiche, sempre particolari. Una carta dei Tarocchi di Marsiglia non è un archetipo; ne è, al più, una discendente lontana. È esattamente ciò che dice la frase.

In italiano il passo si legge in Gli archetipi e l’inconscio collettivo (Opere, vol. 9/1, Bollati Boringhieri), allo stesso paragrafo: la numerazione delle Opere è identica in tutte le lingue, il che rende possibile la verifica in trenta secondi.

05

1950-1954: Jung fa studiare i tarocchi, con un Marsiglia

Nel 1950 Jung affida a quattro membri del Club psicologico di Zurigo lo studio di un «metodo intuitivo» ciascuno. Hanni Binder riceve i tarocchi, con il compito di insegnargli a leggere le carte. Il gruppo sceglie un solo mazzo, l’Ancien Tarot de Marseille di Grimaud, e si scioglie verso il 1954 senza risultati pubblicati.

Tavolo di studio sotto una lampada verde: mazzo di tarocchi, monete cinesi, steli di achillea, figura geomantica e tema natale
Illustrazione. I quattro «metodi intuitivi» del programma dell’Istituto Jung (1950-1954): tarocchi, I Ching, geomanzia, astrologia.

L’episodio è noto grazie alla biografia di Deirdre Bair (Jung: A Biography, 2003, p. 549) e agli appunti di Hanni Binder, conservati all’Istituto Jung di New York e consultati da Mary K. Greer. La scelta del mazzo è il dettaglio più interessante: secondo Bair, il Marsiglia edito da Grimaud, la versione di Paul Marteau (1930), era l’unico mazzo che possedesse le proprietà e soddisfacesse le esigenze della metafora che Jung trovava nei testi alchemici.

Gli appunti di Binder contengono descrizioni delle carte attribuite a Jung: Il Bagatto «tiene nella mano destra una sfera d’oro, nella sinistra un bastone»; i Bastoni valgono libido, le Spade forza spirituale, i Denari materia, le Coppe sentimento.

Ma Greer segnala che riprendono quasi parola per parola Le Tarot des Bohémiens di Papus (1889). In altre parole, quando si legge «Jung diceva che Il Bagatto…», si legge il più delle volte Papus, trasmesso da Jung o da Binder.

Jung ha lasciato due tracce scritte di questo programma. Una nota di Sincronicità (1952) menziona «un gruppo di ricercatori dell’Istituto C. G. Jung» che studia da qualche tempo «i metodi intuitivi»: I Ching, geomanzia, tarocchi, numerologia, astrologia. E il 9 febbraio 1960 ne trae il bilancio per A. D. Cornell:

« Avevamo cominciato esperimenti del genere all’Istituto C. G. Jung di Zurigo, usando i metodi intuitivi, cioè sincronistici, storicamente noti (astrologia, geomanzia, carte dei tarocchi e I Ching). Ma avevamo troppo pochi collaboratori e troppo pochi mezzi; non abbiamo potuto continuare e abbiamo dovuto smettere. »

C. G. Jung, lettera ad A. D. Cornell, 9 febbraio 1960 (Letters, vol. 2, p. 538, traduzione nostra).

Tieni a mente le due parole che sceglie: metodi «intuitivi», poi «sincronistici». Jung stesso colloca i tarocchi tra i procedimenti che ricollega alla sincronicità, allo stesso titolo dell’astrologia e dell’I Ching. Li ha presi abbastanza sul serio da inserirli in un programma di ricerca, non abbastanza da praticarli, e non ha mai pubblicato una riga su ciò che il gruppo aveva trovato.

Ciò che l’episodio non dice

Non dice che Jung leggeva i tarocchi: dice che voleva che qualcuno glielo insegnasse, e che l’apprendimento non è andato a buon fine. Non dice nemmeno che Jung abbia «convalidato» i Tarocchi di Marsiglia: la scelta del mazzo è del gruppo, per ragioni di coerenza iconografica, e Jung non l’ha commentata da nessuna parte.

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Che cosa gli si fa dire: sette affermazioni al vaglio

Le affermazioni qui sotto ricorrono nei libri, nei corsi e nelle presentazioni dei mazzi, spesso con il nome di Jung come garanzia. Per ciascuna: ciò che si legge, ciò che valgono le fonti.

Sette affermazioni correnti su Jung e i tarocchi, con il verdetto e le fonti
Si legge spessoVerdettoChe cosa dicono le fonti
«Jung ha scritto un libro sui tarocchi»FalsoNessuno. Jung e i tarocchi: un viaggio archetipico (1980) è di Sallie Nichols, autrice americana di tradizione junghiana, che vi legge i Tarocchi di Marsiglia. Jung è morto nel 1961.
«Jung leggeva le carte ai suoi pazienti»Nulla lo attestaNessuna menzione nei suoi scritti, nelle lettere, nei seminari né nelle biografie. L’unica pratica documentata è il gruppo del 1950-1954, in cui voleva imparare, e ha rinunciato.
«Per Jung i 22 arcani sono gli archetipi»DistortoScrive che «sembrano discendere, alla lontana, dagli archetipi della trasformazione» (9/1, § 81); nel 1933, «una sorta di idee archetipiche, di natura differenziata». Un’immagine non è un archetipo.
«Il viaggio del Matto è l’individuazione secondo Jung»PosterioreL’espressione Fool’s Journey è di Eden Gray (A Complete Guide to the Tarot, 1970); la lettura dei 22 arcani come percorso di individuazione è di Nichols (1980). Jung non ha mai messo in serie i trionfi.
«La sincronicità è la spiegazione junghiana dei tarocchi»Vero a metàJung colloca sì i tarocchi tra i «metodi sincronistici» (lettera del 1960) e parla già nel 1933 di una corrispondenza tra lo stato presente e l’inconscio collettivo. Ma il saggio del 1952 tratta solo l’I Ching e l’astrologia; i tarocchi vi hanno soltanto una nota.
«Esiste un mazzo di tarocchi junghiano ideato o approvato da Jung»FalsoI mazzi detti «junghiani» (quello di Robert Wang alla fine degli anni Ottanta, altri da allora) sono posteriori di diversi decenni alla sua morte. Jung non ha disegnato, commissionato né approvato nessun mazzo.
«Jung ha detto: i tarocchi sono uno specchio dell’inconscio» (e varianti)Senza fonteNessuna di queste formule compare nelle sette tracce censite. Una citazione di Jung sui tarocchi senza volume né data è quasi sempre un riassunto di Nichols, o di un blog, diventato «citazione».

Il punto in comune di queste sette affermazioni: prolungano Jung in una direzione che lui non ha preso. Non è proibito. Nichols fa una lettura junghiana del Marsiglia, e lo dice. Il problema comincia quando la lettura junghiana diventa «ciò che Jung ha detto».

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Verificare una citazione di Jung in tre domande

Una citazione di Jung sui tarocchi si verifica con tre domande: dove (volume e paragrafo, oppure data e destinatario), quando (prima o dopo la sua morte, nel giugno 1961) e con quale statuto (testo pubblicato, lettera, appunti di seminario, testimonianza). Se una delle tre resta senza risposta, la citazione non è tale.

Le Opere complete sono numerate per paragrafi, identici in tutte le lingue: «9/1, § 81» si verifica nell’edizione inglese, tedesca o italiana. Una lettera si cita per data e destinatario. Un seminario, per data della seduta e pagina dell’edizione Princeton. Tutto il resto, «Jung diceva», «secondo Jung», appartiene alla testimonianza o alla parafrasi, e va presentato come tale.

La scala delle fonti

I sei gradi di affidabilità di una fonte su Jung e i tarocchi, dal testo riveduto da Jung alla citazione senza fonte
GradoStatutoEsempio per i tarocchi
1Testo scritto, pubblicato e riveduto da JungOpere 9/1, § 81 (1934/1954); la nota di Sincronicità (1952)
2Lettera firmataAlla signora Eckstein, 16 settembre 1930; ad A. D. Cornell, 9 febbraio 1960
3Appunti di seminario, presi dagli uditori, curati a posterioriVisions, 1º marzo 1933; Sogni dei bambini, 1936-1940
4Testimonianza o appunti di terziAppunti di Hanni Binder; Deirdre Bair (2003); Marie-Louise von Franz
5Lettura junghiana di un altro autoreSallie Nichols (1980), Irene Gad (1994), Art Rosengarten (2000)
6Citazione senza fonte«I tarocchi sono uno specchio dell’anima» e simili

Questa classifica non dice che i gradi 4 e 5 siano privi di valore. Dice a quale titolo li si cita. «Jung pensava che» esige un grado 1 o 2; «un autore junghiano propone che» basta per il grado 5. La confusione tra i due è la fonte di quasi tutto ciò che circola.

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E i Tarocchi di Marsiglia in tutto questo?

Tre carte del Marsiglia attraversano i testi di Jung: Il Bagatto con la sua sfera d’oro negli appunti del 1950, Il Diavolo ermafrodito del seminario del 1933, La Luna con il suo blu «colore dell’anima» del seminario sui sogni dei bambini. E un mazzo preciso, l’Ancien Tarot de Marseille di Grimaud, scelto dal suo gruppo di ricerca.

Non è una casualità di catalogo. Nella Zurigo degli anni 1930-1950 il Marsiglia è il mazzo storico disponibile, in contrapposizione al Rider-Waite inglese (1909), concepito da un occultista e disegnato per servire un programma. Per un lettore di testi alchemici, che cerca immagini antiche e non commentate, il Marsiglia si impone.

Bisogna però resistere alla tentazione opposta: fare di Jung un padrino dei Tarocchi di Marsiglia. Non ha commentato nessuna carta per iscritto, e le descrizioni che gli attribuiscono gli appunti di Binder vengono da Papus. Ciò che la sua scelta dice è una preferenza di metodo, partire dalle immagini meno interpretate possibile, che questo sito condivide.

09

Leggere i tarocchi «alla Jung», senza fargli dire ciò che non ha detto

Se si vuole essere fedeli a Jung, i tarocchi servono a leggere «le condizioni del momento presente», con immagini con cui si gioca. Non a predire, non a diagnosticare, non a sostituire un lavoro con un professionista. È una modestia esigente, ed è tutto ciò che ha detto.

In concreto, significa scegliere domande aperte, guardare le carte come proposte e non come verdetti, e accettare che una lettura parli di te più che del futuro. Le tre guide qui sotto spiegano nel dettaglio questo modo di fare.

Una precisazione che Jung avrebbe sottoscritto: i tarocchi non sono una psicoterapia, e nessuno dei suoi testi li presenta come uno strumento clinico. Se una domanda ti pesa davvero, l’interlocutore è un professionista della salute mentale; le carte possono accompagnare una riflessione, non sostituirla.

E adesso

Ora sai che cosa Jung ha detto dei tarocchi: poco, con prudenza, e sempre di passaggio. Sai anche riconoscere ciò che viene da altrove, ed è spesso interessante, a patto di firmarlo con il nome giusto.

Il modo migliore di onorare la sua frase del 1933 resta applicarla: prendere tre carte, giocarci, e leggere ciò che dicono del momento presente.

Sull’autore

Stéphane Gamot — Fondatore di TarotNova, ingegnere dello sviluppo di applicazioni web. Appassionato di Tarocchi di Marsiglia fin dall’infanzia, li intende come uno strumento per farsi domande, mai come uno strumento di previsione, e costruisce da sé gli strumenti del sito.

Pubblicato il 8 ottobre 2026 · aggiornato il 8 ottobre 2026

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Fonti

Tutte le citazioni di Jung sono tradotte da noi a partire dalle edizioni Princeton indicate qui sotto. I riferimenti alle Opere sono dati per paragrafo, identico in tutte le lingue.

  1. C. G. Jung, «Gli archetipi dell’inconscio collettivo» (1934, riveduto nel 1954), Opere complete, vol. 9/1, § 81. In italiano: Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri.
  2. C. G. Jung, Visions: Notes of the Seminar Given in 1930-1934, a cura di Claire Douglas, Princeton University Press, 1997, vol. 2, p. 923 (seduta del 1º marzo 1933).
  3. C. G. Jung, Letters, a cura di Gerhard Adler e Aniela Jaffé, Princeton University Press: vol. 1 (1906-1950), 1973, p. 77, lettera alla signora Eckstein del 16 settembre 1930; vol. 2 (1951-1961), 1975, p. 538, lettera ad A. D. Cornell del 9 febbraio 1960.
  4. C. G. Jung, Synchronicity: An Acausal Connecting Principle (1952), Opere complete, vol. 8; edizione separata Princeton University Press, p. 107, nota 2. In italiano: La sincronicità come principio di nessi acausali, Bollati Boringhieri.
  5. C. G. Jung, Children’s Dreams: Notes from the Seminar Given in 1936-1940, Princeton University Press, 2008, p. 351.
  6. Deirdre Bair, Jung: A Biography, Little, Brown, 2003, p. 549 (il gruppo del 1950 e la scelta del mazzo Grimaud).
  7. Mary K. Greer, «Carl Jung and Tarot», marykgreer.com, 31 marzo 2008: rassegna delle fonti e resoconto degli appunti di Hanni Binder.
  8. Sallie Nichols, Jung and Tarot: An Archetypal Journey, Samuel Weiser, 1980; ripubblicato con il titolo Tarot and the Archetypal Journey, Weiser, 2019.
  9. Eden Gray, A Complete Guide to the Tarot, Crown, 1970 (epilogo «The Fool’s Journey»).
  10. Papus, Le Tarot des Bohémiens, Parigi, 1889 (la fonte delle descrizioni delle carte annotate da Hanni Binder).
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Domande frequenti

Jung ha scritto un libro sui tarocchi?

No. Nessun libro, nessun capitolo, nessun articolo. Nei venti volumi delle Opere complete i tarocchi occupano, per quanto ne sappiamo, una frase (9/1, § 81) e una nota (Sincronicità, 1952). Il libro Jung e i tarocchi è di Sallie Nichols, autrice americana di tradizione junghiana, ed esce nel 1980, diciannove anni dopo la morte di Jung.

Che cosa dice esattamente Jung sui tarocchi nelle sue Opere?

Una frase, al paragrafo 81 di «Gli archetipi dell’inconscio collettivo»: le immagini dei tarocchi «sembrano discendere, alla lontana, dagli archetipi della trasformazione», idea che attribuisce a una conferenza di Rudolf Bernoulli. Il passo paragona i tarocchi alle serie di immagini alchemiche e all’I Ching, come esempi del processo simbolico.

Jung usava i tarocchi in terapia con i pazienti?

Nulla lo indica. Né i suoi scritti, né le lettere, né i seminari, né i suoi biografi menzionano una lettura fatta a un paziente. L’unica pratica documentata è il gruppo di ricerca del 1950-1954, in cui Hanni Binder doveva insegnargli a leggere le carte; il progetto si è fermato, secondo Jung, per mancanza di collaboratori e di mezzi.

Il «viaggio del Matto» è un’idea di Jung?

No. L’espressione Fool’s Journey viene da Eden Gray (1970) e la lettura dei 22 arcani come percorso di individuazione viene da Sallie Nichols (1980). Jung non ha mai messo in serie i trionfi né associato Il Matto all’individuazione. È una lettura junghiana, legittima se firmata con il suo vero nome, non una tesi di Jung.

Quale mazzo di tarocchi ha usato Jung?

Il gruppo dell’Istituto Jung ha scelto nel 1950 l’Ancien Tarot de Marseille di Grimaud (versione di Paul Marteau, 1930), giudicato l’unico mazzo coerente con le immagini alchemiche che Jung studiava. Jung stesso non ha commentato nessuna carta per iscritto; le descrizioni annotate da Hanni Binder riprendono in larga parte Le Tarot des Bohémiens di Papus.

I tarocchi sono un «metodo sincronistico» secondo Jung?

Sì, è la sua parola. In una lettera del 9 febbraio 1960 colloca i tarocchi, con l’astrologia, la geomanzia e l’I Ching, tra «i metodi intuitivi, cioè sincronistici». Ma il suo saggio Sincronicità (1952) sviluppa solo l’astrologia e l’I Ching; i tarocchi vi stanno in una nota a piè di pagina.

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